non c'è libertà senza passione!

di Chiara Selleri

Saviano Fazio«Quello che non ho sono le tue parole per conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole», cantava Fabrizio De Andrè. In un periodo in cui la parola è svalutata, abusata, banalizzata, ridotta spesso a turpiloquio, Fazio e Saviano hanno impostato la loro ultima trasmissione Quello che (non) ho (andata in onda su La7 il 14, 15 e 16 Maggio scorsi) interamente sulla parola, sul potere che essa ha e di cui spesso non ci rendiamo conto. Il giornalista e lo scrittore hanno invitato una serie di ospiti (dallo scrittore Erri De Luca al poeta Valerio Magrelli, dall’attore Marco Paolini ai registi Pupi Avati ed Ermanno Olmi, dal priore di Bose, Enzo Bianchi, a giornalisti e imprenditori minacciati dalla criminalità organizzata e che, per questa ragione, vivono sotto protezione) che hanno scelto una parola per loro significativa e, a partire da essa, hanno raccontato una storia, condiviso un ricordo o un’esperienza forte. Non sono mancati, inoltre, i ‘racconti’ civili di Roberto Saviano: quello sui suicidi, purtroppo sempre più frequenti, a causa della crisi economica; quello dedicato al linguaggio usato dalla criminalità organizzata e, particolarmente intenso, il ricordo dei tanti malati e morti di tumore per le polveri di amianto a Casale Monferrato, e quello di Falcone e Borsellino, affidato alle parole scritte da Gianni Minà nell’intervista del 23 maggio del 1996 al giudice Antonino Caponnetto. Non sono stati ‘leggeri’ i temi affrontati dal programma ma c’è stato spazio anche per le risate e i sorrisi, con le gag frizzanti e mai banali di Luciana Littizzetto.

Anziché stroncare o elogiare il programma, andato in onda dalle Officine Grandi Riparazioni di Torino, sicuramente insolito rispetto agli standard televisivi a cui siamo, purtroppo, abituati, ho scelto anch’io una parola: speranza.

Dopo la morte di Melissa Bassi in seguito allo scoppio di tre bombe collocate fuori la scuola “Morvillo-Falcone” di Brindisi, dopo il terremoto che ha colpito e messo in ginocchio l’Emilia, tutte le parole potrebbero sembrare retoriche o insensate. Speranza, invece, sembra la parola giusta. La speranza di poter cambiare le cose oggi in Italia va alimentata, soprattutto nel cuore dai giovani che sono stati colpiti direttamente con l’attentato di Brindisi. Tanti giovani non si arrendono, non hanno paura, anzi continuano a sperare e a credere che un’Italia diversa e migliore può essere costruita. Come? Amando la propria terra e prendendosi cura di essa, impegnandosi nel quotidiano e scegliendo uno stile di vita all’insegna della legalità e dell’attenzione al bene comune. Bisogna mettersi in gioco per la propria città e per la nostra Italia, rinunciando alla noia, al qualunquismo, all’indifferenza.

Una compagna instancabile di viaggio sarà sempre la speranza. In fondo, a che serve la speranza? Serve a camminare.