Il dramma libico sconfigge la ”realpolitik a tutti i costi”

Il dramma libico sconfigge la ”realpolitik a tutti i costi”

di Elia Fiorillo

A posteriori tutto è possibile. Il senno del poi impera, con grande faccia tosta. Di quelli, ovviamente, che prima sono stati a guardare non solo tacendo, ma addirittura plaudendo. Al di là degli orrori che stanno avvenendo in Libia; al di là della tiepidezza, quasi fastidio, con cui l’Europa affronta il ”problema”, il dramma libico sconfigge la realpolitik a tutti i costi e pone una questione vecchia come il mondo: fino a che punto l’interesse dello Stato sovrano può arrivare. Il fine giustifica il mezzo? Pare che in politica internazionale, e non solo, la risposta all’interrogativo sia sì, senza condizioni. Tranne poi fare un’ipocrita ed assolutoria ”sua culpa” quando il Raìs di turno è deposto e la finta democrazia che lo sorreggeva, e che faceva chiudere gli occhi e le orecchie agli interessati amici, crolla mettendo a nudo efferatezze ed orrori compiuti in suo nome, e a sua difesa.

Certo, gli interessi di parte sono importanti; gli equilibri stabilizzatori pure. Come le fonti energetiche e il mercato, ovvero la conquista di nuovi spazi. Ma un limite va pur posto a chi infrange anche la legge naturale. Non si può negare il diritto sacrosanto alla vita. Eppure ciò avviene in tante finte democrazie dove il ”despota”, più o meno illuminato, fa scempio della speranza di vita e di futuro dei suoi sudditi e all’estero fa la faccia ammiccante ed intesse rapporti che gli consentiranno di rimanere a galla il più possibile, nonostante tutto.

No, non si può. Non si può accettare la competizione immorale tra Paesi che sfruttano oltre ogni misura - definibile umana - il lavoro e quelli che lo tutelano. E non si può nemmeno fare i sofisti nel condannare alcuni di questi sfruttatori dell’umanità e salvarne altri o perché più potenti, o perché più amici. La ragion politica sopra tutto, oltre tutto, oltre la vita.

Non è stata esaltante per l’Onu la concessione alla figlia di Gheddafi, Aisha, dell’onorificenza di ”ambasciatrice di buona volontà”, poi cancellata in un battibaleno. E non può che indurre ad amare riflessioni la liberazione, per motivi umanitari, dell’attentatore di Lockerbie (250 morti). Il malato terminale è stato miracolato a Tripoli (trasformatasi in Lourdes). Qui era stato accolto trionfalmente al suo arrivo dal Sovrano beduino in persona, in spregio proprio a quei diritti d’umanità per cui era stato liberato. L’aria di casa aveva fatto il miracolo. Il morente era diventato un uomo di mezza età in ottima salute. Anche questo era un modo che il Colonnello usava per mantenere il potere interno. Arrivare a sputtanare l’alleato per far credere al suo popolo che i potenti li aveva in pugno e li sbeffeggiava. Le sceneggiate romane di Gheddafi, con tende beduine, amazzoni con tacchi a spillo, divise ”sceno-ridicole” e ritardi più che oltraggiosi, le conosciamo per averle subite.

Finalmente l’Onu ha imposto sanzioni. Blocco dei beni all’estero per il Raìs e per la sua corte, divieto di acquisto d’armi, deferimento di Gheddafi per crimini contro l’umanità, e via dicendo. Quello che più contava, per fermare un disperato pronto a tutto pur di restare al potere, non c’è stato. L’Onu non ha imposto la ”no-fly zone”, area con divieto di volo, consentendo la possibile reiterazione di bombardamenti sulla popolazione civile. Probabilmente perché c’è bisogno poi di farla rispettare e, quindi, c’è la necessità di azioni coinvolgenti che è sempre meglio, per i Governi, non mettere in atto.

Forse ci vorrebbe un’autorità morale, formata da premi Nobel per la pace, da giornalisti il cui curriculum dimostri senza ombra di dubbio del loro impegno per il bene dell’umanità, da presidenti di organizzazioni internazionali, e via dicendo, di un’autorità morale mondiale, come l’ho definita, svincolata dai bilancini della realpolitik che faccia controinformazione. Che sia la coscienza critica dei Governi, soprattutto dell’Onu, che possa, con autorevolezza morale, ogni volta che serve, dire la sua senza porsi alcun interrogativo di opportunità o ”a chi giova?”.

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