LA MORTE DI LORIS D’AMBROSIO E…LA GIUSTIZIA INGIUSTA

LA MORTE DI LORIS D’AMBROSIO E…LA GIUSTIZIA INGIUSTA

di Elia Fiorillo

Foto di Teresa Mancini

La morte improvvisa del consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D'Ambrosio, suscita una profonda pietà cristiana. In particolare se si prova ad immedesimarsi nel suo stato d'animo dopo le polemiche seguite alla diffusione delle intercettazioni alle telefonate intercorse con l'ex vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino. Tutti quelli che lo conoscevano hanno descritto il consigliere di Napolitano come un onesto servitore delle Stato, scrupoloso magistrato, che ha ricoperto l'incarico di consulente giuridico con due presidenti della Repubblica. Essendo il Capo dello Stato anche il presidente di diritto del CSM, funzione che delega ad un vice presidente, si può ben comprendere, tra l'altro, il ruolo di cerniera essenziale tra il Quirinale e palazzo dei Marescialli, sede del CSM. D'Ambrosio ha ''molto sofferto'' - ha affermato il ministro della Giustizia, Paola Severino, perché - ''non riusciva a capacitarsi come potesse essere accusato, con tanta veemenza, di aver voluto interferire su indagini in tema di mafia, proprio la materia che aveva costituito il centro di un suo impegno cosi' intenso''.

Trovare sui giornali le intercettazioni delle telefonate con Mancino, che lamentava comportamenti discutibili, a suo avviso, di alcuni magistrati di Palermo nella ricerca della verità sullo scellerato patto Stato-Mafia, deve essere stato per D'Ambrosio un fatto drammatico. Fino al punto da fargli scrivere una lettera di dimissioni respinte dal destinatario, il presidente Napolitano. Devono aver pesato, in particolare, le critiche che alcuni personaggi politici e giornali hanno rivolto al Quirinale in una sorta di dissacrante delegittimazione. Tirando in ballo anche il “conflitto di attribuzione”, sollevato da Napolitano alla Corte Costituzionale, per aver i magistrati di Palermo non distrutto le trascrizioni delle telefonate intercorse tra il Capo dello Stato e Mancino, pur ritenendole non significative per l'inchiesta, secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale.

C'è chi parla di cattivo gusto il voler collegare l'infarto che ha colpito Loris D'Ambrosio con le intercettazioni telefoniche che lo hanno portato alla ribalda. Resta il fatto che dichiarazioni e prese di posizioni eccessive, da eterna campagna elettorale, non aiutano né a cercare la verità su fatti gravissimi, né a creare nell'opinione pubblica un clima di fiducia verso le istituzioni democratiche.

Con “la politica del sospetto” (e con le dichiarazioni ad effetto) non si va da nessuna parte. S'intorbidano le acque, ribaltando le posizioni in un'insopportabile ed ingiusta altalena: da insospettabile servitore dello Stato, ad insabbiatore. Ma, per converso, questo gioco perverso aiuta soprattutto i colpevoli veri, che entrano in una nube d'incertezza, di ambiguità eterna. E pure quando arriveranno le sentenze di condanna, quel dubbio rimarrà nell'opinione pubblica.

La vicenda D'Ambrosio mette alla ribalta, tra l'altro, un vecchio tema, quello delle intercettazioni telefoniche, soprattutto la loro diffusione. Si dà la colpa ai giornalisti che pubblicano cose che dovrebbero rimanere segrete. Non si ragiona minimamente sul perché e sul come certi documenti arrivano ai giornali. Si ipotizzano pene esemplari in pecunia per gli editori, nonché carcere per i giornalisti che scrivono notizie coperte da segreto istruttorio, e non si prendono in considerazioni fughe di notizie pilotate da parte di operatori giudiziari. Non sempre per interessi materiali o di carriera. A volte per il convincimento che la giustizia, specialmente se interessa personaggi di potere, senza forti presenze mediatiche, corre il rischio dell'insabbiamento.

L'altra questione che la vicenda del consigliere giuridico di Napolitano suggerisce è relativa a quanto un esercizio superficiale, politicizzato, sciatto, interessato della giustizia, può arrecar danno ai più deboli, a quelli che “non hanno voce” e non hanno i mezzi per difendersi. Per questi ultimi, citando il Vangelo secondo Matteo, è proprio il caso di dire: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli”.

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