LA QUESTIONE GIUSTIZIA

LA QUESTIONE GIUSTIZIA

Il tema della giustizia è la questione numero uno del nostro Paese, anche più di quella economica.

E’ Gerardo Bianco, parlamentare di lungo corso, ex ministro della Pubblica Istruzione, che fa questa affermazione - certo non lieve - al termine della presentazione del libro Questione giustizia di Giovanni Verde, edito da Giappichelli. Per chi non è addetto ai lavori, o non ha approfondito la tematica, più sembrare un eccesso. Una frase ad effetto per chiudere un convegno che ha visto la partecipazione d’insigni docenti universitari, Questione Giustizia, www.ilcorrieredelledonne.netmagistrati, politici. Ma seguendo i ragionamenti dei relatori si ha la sensazione che la problematica è talmente complessa e controversa -  per via delle tante correlazioni che si porta dietro, con la politica soprattutto, ma anche con la società civile - che non c’è stato azzardo nel porla al primo posto tra le priorità italiane. Eppoi, in questi giorni, basta sfogliare superficialmente i giornali per avere l’idea dell’importanza complessiva e stravolgente dei pronunciamenti della magistratura. Per esempio, in merito alle  pensioni il dettato della Suprema Corte che prevede rimborsi economici che peseranno sui conti dello Stato già in sofferenza. Oppure,  all’influenza sul voto regionale – in ispecie in Campania – per la sentenza della Corte di Cassazione che affida non più al Tar, ma alla magistratura ordinaria, il reintegro nella funzione per gli amministratori pubblici sospesi in base  alla legge Severino. E si potrebbe continuare con altri esempi.

D’interrogativi il libro di Verde, ex vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura negli anni dal 1998 al 2002, ne pone diversi, ripresi ed analizzati dai relatori. Dall’indipendenza e autonomia della magistratura al “giusto processo”, all’ambiguità dell’obbligatorietà dell’azione  penale, alla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, ai vizi di protagonismo mediatico, all’inefficienza complessiva della macchina giudiziaria, ai problemi disciplinari dei magistrati.

“La più grossa incombenza dei giudici è l’interpretazione delle leggi”, secondo Armando Spataro, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino. Un lavoro complesso che porta a “leggere” in modo diverso norme scritte male, “incomprensibili”. A dispetto del fatto che le leggi dovrebbero essere “comprensibili” dai cittadini. E, però,  “il cittadino deve avere fiducia nella giustizia”. Un’invocazione frequentemente ripetuta che s'annulla difronte ai circoli chiusi “dell’aristocrazia dei tecnici del diritto” , “quel diritto” – secondo Giuseppe Acocella, docente di filosofia del diritto, – che deve essere “il presidio dei deboli” e che poi, nei fatti, non lo è.  Per Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, il dato evidente che la giustizia nel nostro Paese non funziona è rappresentato  dalla quantità dei ricorsi presentati alla Corte Europea ma, soprattutto, dal “numero elevatissimo di prescrizioni”. E il j’accuse di Cantone continua sull’obbligatorietà dell’azione penale, prevista nel nostro ordinamento, che porta di fatto ad indagini fatte in modo diverso, che determinano poi “processi di serie A e di serie B”. Insomma, la parità di trattamento del cittadino  difronte alla legge non c’è.

Una domanda che si è posto, tra gli altri, Cesare Salvi, ex ministro del Lavoro nei governi D’Alema e Amato, è quella se devono rimanere gli  attuali tre gradi di giudizio per qualsiasi reato. La risposta è stata un secco no, perché non è oggettivamente logico mettere sullo stesso piano tutti i reati pensabili, anche per lo sperpero di risorse che ciò comporta. Non poteva non essere trattato il rapporto con la politica. L’incapacità della politica di fare scelte porta poi la magistratura a svolgere un’azione di supplenza. Tesi questa espressa da Cantone. In effetti la “non decisione” è una  sorta di “delega” in bianco  che la politica dà alla magistratura.  E che viene poi utilizzata dalla politica stessa per contestare il potere giudiziario per le scelte fatte. Un giuoco delegittimante per tutto il sistema. Attenzione però a dare addosso alla politica senza analizzare i casi in cui alcuni magistrati hanno “in nome della Legge” provato, riuscendoci,   a “far politica”. Per Verde il buon senso deve prevalere sulle lotte di potere fra le istituzioni e, soprattutto, vanno salvaguardati i tanti lati positivi del sistema, intervenendo solo là dove c’è bisogno.

Terenzio il commediografo, nato nel 184 a.C., scriveva: “Somma giustizia equivale a somma malizia”. Il rischio esiziale per la democrazia è che la bilancia della giustizia penda dalla parte del più forte o più “malizioso”.

di Elia Fiorillo

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