L’ARTE DELLA FELICITÀ, IL FILM CULT TARGATO NAPOLI

L’ARTE DELLA FELICITÀ, IL FILM CULT TARGATO NAPOLI

l'Arte della felicitàL'Arte della Felicità «Finché i musicisti faranno i tassisti, finché i poeti serviranno ai tavoli, finché gli uomini migliori lavoreranno al soldo di quelli peggiori la nostra strada andrà diritta verso l’apocalisse». Finché non si spegnerà la tv per leggere un buon libro; finché non ci si lascerà incantare dalla bellezza di un’opera d’arte; finché non si saprà cogliere la poesia racchiusa in una canzone; finché ci si lascerà guidare dai numeri, anziché dalle parole… allora non ci sarà speranza.

Speranza che, invece, si intravede nel film d’animazione per adulti, L’arte della felicità. Un film che rischiava di uscire troppo presto dalle sale italiane e che, invece, grazie al passaparola resiste. Un film che ha vinto il premio come migliore opera prima al Raindance Festival, che ha raccolto dieci minuti di applausi al Festival di Goa, che ha ricevuto premi a Venezia, ed è stato realizzato interamente a Napoli da giovani tra i venti e i trent’anni sotto la guida di Alessandro Rak, il regista, e Luciano Stella, produttore ma anche sceneggiatore insieme a Rak.

Luciano Stella, alla cui determinazione si deve la riapertura negli anni scorsi del Modernissimo, la prima multisala del Sud, in via Cisterna dell’Olio, ha intravisto un’opportunità in un periodo di crisi e ha deciso di investire su un genere completamente nuovo per il cinema italiano, il film d’animazione per adulti. In una Napoli per niente oleografica e convenzionale, in cui pizza, sole e mare non fanno proprio capolino, si sviluppa la storia di Sergio Cometa, tassista per ripiego ma musicista nell’anima, che deve fare i conti con una perdita importante: la morte del fratello Alfredo.

Alfredo, con il quale Sergio aveva condiviso tutto (in primis la passione per la musica), decide di diventare buddista e muore lontano, in India, in seguito ad una malattia. In una Napoli battuta dalla pioggia, che a Roberto Saviano ha ricordato il romanzo Malacqua di Nicola Pugliese, con il Vesuvio e la “munnezza”, Sergio accoglie nel suo taxi, ormai diventato la sua seconda casa, un’umanità variegata: Antonia, delusa e amareggiata da un matrimonio andato in pezzi; un uomo che si impegna a riciclare ciò che la gente butta via; una vedova la cui vera ricchezza era il marito e ora non sa che farsene dei soldi ereditati; zio Luciano che conosce il segreto della felicità e sprona il nipote a fare i conti con i propri sogni. Giunto al termine di questo viaggio che, per certi versi, ricorda quello dantesco, Sergio comprende che deve ascoltare ciò che si porta dentro e lasciare spazio ai propri sogni perché prendano corpo nella realtà.

Come ha scritto Roberto Saviano sulle pagine dell’Espresso, con L’arte della felicità Napoli insegna al Paese come affrontare la crisi: è un’occasione per riflettere prima di ripartire e non l’ultimo capitolo della nostra storia.

Chiara Selleri

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